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Cenni storici

Il territorio del Lago d'Orta, come attestano alcuni ritrovamenti, fu abitato fin dalla preistoria da tribù centro europee e poi galloceltiche; in seguito vi fu la lenta e difficile penetrazione romana, consolidatasi solo durante l'impero. Sul finire del IV secolo, il cristianesimo giunse sulla Riviera grazie ai due fratelli Giulio e Giuliano che per sfuggire alle persecuzioni contro i cristiani abbandonarono l'isola greca di Egina. Con il beneplacito dell'imperatore Teodosio, i due fratelli si diedero con gran zelo ad abbattere i templi pagani, innalzando al loro posto chiese sacre a Cristo. Giulio e Giuliano eressero così novantanove chiese e pensando che la loro vita stesse ormai per concludersi, si affrettarono ad erigere la centesima e preparare una tomba dove riposare per sempre.
Giulio quindi lasciò il fratello a Cozzano e si incamminò verso le rive del lago da cui si scorgeva una piccola isola disabitata dall'uomo ma che si sapeva essere infestata da draghi e serpenti. Non trovò una barca e quindi stese il suo mantello sull'acqua, vi salì sopra e aiutandosi con il bastone da pellegrino raggiunse l'isola. Armato "soltanto con il segno della Croce" scacciò i serpenti e iniziò la costruzione della sua ultima chiesa sulla sommità della rocca.
La tradizione vuole che dopo aver posato le fondamenta, ricominciasse la costruzione in un luogo più accessibile dell'isola, dove ora si erge la Basilica.
Al termine dei lavori, nel 392 morì e venne seppellito nella sua centesima chiesa. Nello stesso luogo si fecero inumare anche il senatore romano Sant'Audenzio e il vescovo di Sion Elia, che con un gruppo di monaci aveva cercato rifugio nell'isola per sfuggire alle persecuzioni ariane e che, alla morte del Santo, gli succedette come capo della comunità che si era costituita.
Si crede che Onorato (489-500), settimo vescovo di Novara, sia stato il primo a estendere la propria autorità sull'isola dando inizio alla costruzione di opere di difesa continuate dai suoi successori.
Le isole dei laghi, soprattutto nel Medioevo, furono strategicamente molto importanti. Durante le invasioni barbariche infatti rappresentarono un luogo sicuro al riparo dagli invasori del nord, i quali non possedendo flotte, non potevano muovere rapidamente all'assalto.
Nel 575, i Longobardi divisero il regno in ducati. Mimulfo venne in possesso dell'Alto Novarese, con il compito di impedire ai Franchi di entrare in Ossola. I Franchi riuscirono comunque a varcare il Sempione e nel 590 Agilulfo, duca di Torino, eletto re dei Longobardi, fece decapitare Mimulfo per non aver opposto valida resistenza. Il I suo corpo venne messo in un sarcofago che è stato Successivamente adibito alla raccolta delle elemosine ed è tuttora conservato nella Basilica di S. Giulio.
Nel 773 Carlo Magno depose Desiderio, ultimo re dei Longobardi e restituì al vescovo di Novara la Riviera di S. Giulio. Con la sconfitta dei Longobardi da parte dei Franchi, i ducati vennero divisi in comitati, con a capo un conte o un visconte.
Dopo la divisione dell'impero franco dovuta al crollo della dinastia carolingia, si apre un periodo di grandi turbolenze e lotte tra i feudatari che tentano di cingersi il capo con la corona di ferro, simbolo del potere degli antichi re longobardi, e l'impero sassone. Ed è sempre in questo periodo che acquisiscono maggiore autorità e potenza i vescovi che appoggiando alternativamente i contendenti, ottengono immunità e privilegi per le loro terre.
Nel 950 re Berengario II tolse la Riviera ai vescovi. Nel 957 ci fu il primo assedio contro l'isola da parte di Litolfo, figlio di Ottone I il Grande, imperatore del Sacro Romano Impero, re di Germania (incoronato nel 936), d'Italia (incoronato nel 961) e poi fatto imperatore a Roma nel 962 dal papa in persona. Berengario fu sconfitto ma non domato e nel 962 Ottone stesso tornò in Italia per combatterlo. Mentre Berengario fuggiva al forte di San Leo, nel Montefeltro, la moglie Willa, portando con sé tutti i tesori che avevano radunato nel palazzo reale di Pavia si rifugiava nell'isola di S. Giulio preparandosi a una lunga difesa e rinforzando le mura del castello (chiama- te poi "il muro della regina").
Ottone pose il proprio quartier generale a Lagna, occupando anche Pella e bloccando la via di accesso a Orta.
La regina resistette all'assedio due mesi e poi si arrese. Ottone vittorioso, si impossessò del tesoro, ma in segno di rispetto per il coraggio da lei dimostrato, le consentì di raggiungere Berengario e accettò di tenere a battesimo con l'imperatrice Adelaide, un bimbo nato nel corso dei combattimenti, figlio di Perinzia, sorella di Arduino, marchese d'Ivrea e futuro re d'Italia, e di Roberto di Volpiano, uno dei più eroici difensori dell'isola. Al neonato, l'imperatore impose il nome di suo figlio Guglielmo, vescovo di Magonza.
I canonici dell'isola furono ricompensati per la loro fedeltà e la collaborazione prestata durante le trattative, così l'imperatore con proprio diploma del 29 luglio 962 (conservato nella Basilica, ma firmato in "villa quae dicitur Morta "), confermò e ampliò i loro diritti feudali e donò parecchie terre del territorio di Pombia. Il più antico documento recante il nome di Orta è proprio questo atto di donazione.
Anche se per dirsi giuridicamente costituita la signoria episcopale della Riviera occorrerà attendere il 1219, si può dire che la dominazione dei vescovi-conti novaresi è proseguita per dieci secoli, dalla fine del Vili secolo alla fine del XVIII secolo, tra alterne vicende in un continuo susseguirsi di conferme e sottrazioni di privilegi e poteri da parte di imperatori e re, e opposizione alle ambizioni territoriali dei Comuni.
La Riviera, divisa in Superiore (con a capo Orta) e Inferiore (con a capo Gozzano), poteva considerarsi una sorta di stato indipendente, con propri statuti e consuetudini, sotto la giurisdizione dei vescovi che ne affidavano il governo a un castellano che risiedeva all'isola (il primo fu Panieri da Momo, eletto nell'agosto del 1220) e la cui nomina doveva essere accettata dai Consigli di Orta e Gozzano. Per tutto il resto, ogni comune si amministrava per proprio conto; le questioni generali venivano affrontate dal Consiglio della Comunità che si riuniva in Orta.
I Visconti (Gian Galeazze prima e Filippo Maria poi), duchi di Milano che avevano unito dal 1395 anche Novara e il suo territorio ai propri possedimenti, confermarono tali privilegi.
Nel corso delle lotte per la conquista dello Stato di Milano, la Riviera fu teatro di violenze e saccheggi. Nel 1524, Anchise Visconti, inviato di Francesco II Sforza, mise a sacco il borgo di Orta reo di non aver pagato una tassa di 2.000 zecchini da lui imposta come contributo di guerra; rapì alcuni dei più facoltosi signori che liberò, sebbene il Senato milanese ne avesse riconosciuto i diritti, solo dietro pagamento di riscatto.
Nuove devastazioni seguiranno ad opera del successore di Anchise, Bonifacio Visconti, che occupò l'isola nel 1528 e tentò di costringere i paesi a nuove contribuzioni.
Gli abitanti però si ribellarono e il giorno della festa di S. Giulio, il 31 gennaio, anziché muoversi in processione verso la tomba del santo, assalirono l'isola per cacciare il Visconti.
I rinforzi pronta- mente accorsi in difesa di Bonifacio, resero vana l'iniziativa e Orta subì un nuovo saccheggio.
Una nuova sventura doveva abbattersi sul borgo: il capitano di ventura dell'esercito imperiale di Carlo V, Cesare Maggio si presentò con ingenti forze nel febbraio del 1529 per riscuotere un nuovo e più gravoso tributo dai rivieraschi. Gli abitanti di Orta lasciarono le loro case per rifugiarsi, con il consenso del vescovo Arcimboldo, sull'isola dove si prepararono alla difesa, mentre le popolazioni rivierasche attendevano in armi il segnale d'allarme della campana della torre di Buccione. Il Maggio occupò la spiaggia di Buccione e cinse d'assedio l'isola, mentre i suoi soldati saccheggiavano e razziavano tutto il possibile. Il vescovo Arcimboldo decise quindi di dare l'allarme.
La tradizione ci dice che due fratelli, inviati a Buccione per trasmettere l'ordine di suonare, furono uccisi dai soldati di Maggio. Entrò allora in scena una donna diventata leggendaria nella storia del Cusio: Maria Canavese, che con il suo bimbo in braccio, riuscì ad entrare nella torte e a suonare le campane. Madre e figlio furono presi dai soldati e scaraventati dalla torre. Tutte le campane però si misero a suonare e le genti della riviera si sollevarono contro il Maggio che dovette fuggire con i suoi verso Omegna.
Nello stesso anno la popolazione di Orta mise in fuga il Viscontino di Massino e i suoi seguaci, i quali avevano tormentato gli abitanti locali per lungo tempo con molestie di ogni tipo. Il vescovo Arcimboldo per evitare il ripetersi di altri attacchi, chiese e ottenne da Carlo V il riconoscimento della sua giurisdizione sulla Riviera.
Nel Seicento, il potere vescovile cominciò a declinare, per giungere nel Settecento alla cessione completa dei privilegi di carattere legislativo, militare e di governo. Il 15 giugno 1767 il vescovo Balbis Bertone conferiva al re Carlo Emanuele III di Savoia, il dominio della Riviera, mantenendo solo il titolo di Principe di S. Giulio e d'Orta, Marchese di Vespolate e Signore di Soriso. Nel settembre gli abitanti giurarono, nel palazzo vescovile dell'isola, fedeltà al re che concesse loro privilegi e immunità.
Nel settembre del 1800, sotto Napoleone I, venne creato il Dipartimento dell'Agogna della Repubblica Cisalpina in cui verta compresa anche la Riviera. Il vescovo di Novara riavrà le sue terre dal Congresso di Vienna, ma non per molto. Nel 1817, infatti, il cardinal Morozzo rinunciò per sempre in favore del re Vittorio Emanuele I a ogni pretesa feudale sulla Riviera. Nel 1861 la Riviera divenne parte del Regno d'Italia.